Potrete cementificare il mare ma non le idee.

E si strofinava gli occhi la sera con il latte detergente per levare via ogni ricordo della notte precedente.

Rimaneva solo il nero.

Nero come il sangue rappreso.

E in quel dischetto di cotone si  andavano a delineare forme strane. Pentoloni di strega, peltro unto e logoro. E lei, di tutto quel nero non se ne faceva nulla, rimaneva lercia di particolari succinti, di respiri profondi, di vestiti gettati al bordo del letto.  Non poteva tenerli con sé, e li gettava in quel bidoncino celeste.

Montagne di cotoncini macchiati, bagnati da mari di lacrime e sguardi perplessi.

Di notte voleva morire, di giorno disegnava nuove speranze. Di notte, si buttava sul ciglio di una strada, di giorno scivolava nell’erba tenera del parco di fronte casa e con i suoi sogni faceva volare le libellule.

Grandi ali come sinuose braccia. Corpo lungo e nero, con forme curve e ben delineate. Occhi intensi di scintille, occhi sanguinanti, uccisi da strade buie. Sogni distrutti, giorni persi. Era ciò che toccavano le grandi mani. Scendevano e risalivano su quel corpo che dava e doveva dare ciò che le veniva richiesto. Un’ora, forse un paio, alcuni rimanevano anche tutta la notte. Il salario era discreto, ma non bastava a pagare affitto, Padrone e cibo. Il Padrone costava più di ogni cosa. Ma lei doveva essergli grata. Le aveva dato un lavoro, la casa, i documenti con permesso di soggiorno incluso.

Era bella, solo questo la salvava, altrimenti sarebbe stata rispedita in patria; altrimenti sarebbe già stata sfruttata in sobborghi ancora più umidi, ancora più sudici. Era una bella cittadina ad ogni modo, e nonostante lo schifo che era costretta a sopportare, notte dopo notte, quello sapeva essere il male minore.

Andava con uomini curati, uomini che non la torturavano ma che cercavano nelle sue braccia conforto, passione e sentimento. Nulla di troppo oscuro, nulla di troppo pressante. Aveva avuto fortuna a differenza delle sue amiche, delle sue sorelle. Vendute per due soldi, torturate e sfruttate finchè le loro ossa, uscite dalla carne, avevano chiesto pietà.  Sentire le ossa urlare non fa bene alla salute. No. Non le proprie ossa, quelle degli altri. Sarebbe troppo sopportare quello scempio sul corpo che ospita noi stessi.

Era uscita di casa nel frattempo, andava a comperare della frutta, per mantenersi un po’ in forze.

‘’Cementificherei il mare, io. Sai Gio’?’’ Disse un uomo in giacca e cravatta lì, per la strada, parlando con un altro suo collega, sempre in giacca e cravatta.

L’altro si era girato nel frattempo per guardare la bella dama che sfrecciava in scarpe da tennis sul marciapiede.

Con la lingua masticata in bocca e lo sguardo perso gli chiese “.. e.. perchè…?”.

L’altro guardò la ragazza, sputò per terra e gridò affinchè lei sentisse “ cosicchè ‘sti stronzi non sbarchino più. Cosa diamine me ne faccio del mare se, invece di prendere pesci, ottengo solo puttane, ladri e criminali?”

Gio’ non ascoltava, Gio’ aveva la testa altrove e guardava la bella ragazza che si era fermata lì vicino, proprio al cesto delle mele e..  guardava da sotto i ricci neri quell’uomo che aveva sputato per terra al suo passaggio.

“Gio’ ascolti o no?” Lo strattonò, e Gio’ lo guardò negli occhi.

“Puttana hai detto?”

“ Si, puttane” fece una smorfia con la bocca, la guardò e piegò la testa. “Puttane, e se non lo fanno per mestiere, sono sicuramente delle belve. Non è una lingua diversa quella che parlano, è che hanno merda in bocca, non si capisce” E sorrise. “ Guardala, le mele porta in mano. Diretta erede di Eva. Farebbero meglio a starsene nelle loro baracche, invece di far incespicare ancora di più questo bel paese”.

La luna nera ripassava di nuovo al loro fianco; questa volta non uno sputo, non un sasso, nè uno schiaffo bloccò il suo cammino. Vagò con la mente tra i ricordi, con le sue scarpe da tennis schivò per quanto potè le tempeste che l’affligevano, finchè il suo flusso di coscienza rimase appeso ad un unico ricordo ed il pensiero le si poggiò sulla lingua.

Dovevo stare nel mio paese. Dovevo stare nel mio paese! Dovevo stare nel mio paese? ..Mio Paese?

Io amavo il mio paese, lo amo ancora. Ma non posso amare le persone che lo hanno rovinato. Non posso amare la guerra, non posso amare i morti. Non posso piangere i miei morti. Lo sputo di quell’uomo per terra non è altro che una goccia di misericordia in un mare di menzogne. Quel mare che mi ha portato in questa terra, in una notte disperata, ed in giorni ricolmi di buoni auspici. Ringrazio mio padre, un dottore Etiope, ucciso da un’esplosione nel suo ospedale, perchè mi ha lasciato una lettera meravigliosa, ed i soldi per partire verso una terra lontana, attraversando il deserto, gli sfruttatori e condizioni climatiche non favorevoli. Bombe e fucili. Ed il mare. Non è un buon mare quello che divide la mia vita, dalla mia non vita e viceversa. Noi che partiamo:  viaggiatori, navigatori, crediamo di poter raggiungere l’Eden, ma siamo solo palline di plastica sulla forcina per capelli, una volta tolta questa, la forcina fa male e viene gettata. Non sono viaggi di speranza, sono viaggi di sterminio. Gettano via  persone dal proprio paese, meno gente da sfamare, meno morti da seppellire. E dall’altra parte, nessuna accoglienza, stipati in loculi come cantine, pozze di fango e celle. Vi sbagliate, non è questa la terra promessa. Nè la mia terra, nè la terra di nessuno. E’ un luogo nel quale qualcuno ha bisogno stare finchè la sua casa non è di nuovo agibile, finchè le persone che formano la sua casa possano stare al sicuro.

Passano gli anni ma i confini restano. Parlo un’altra lingua, porto un diverso colore di pelle. Ma se i confini, le terre, le province, le case, gli abiti, le religioni, i cibi, i documenti, la burocrazia, le carceri.. sono tutte invenzioni dell’uomo, trasformazione del sapere e della cultura umana, non credete allora, che possa essere messa in dubbio? Non credete che allora, da tutto ciò che ho elencato possano rivendicarne il nome solo per detenere il Potere? Uomini legati al laccio di idee flebili. Confini.. bloccare.. l’accoppiata perfetta. Ed io che credevo di trovare un cavallo alla fine della salita.. invece ad aspettarmi era presente solo un masso fatto di parole, da legare al piede. E la corda diceva semplicemente “diverso”. Ed allora grazie vita, per avermi fatto “diversa” cosicchè gli altri possano parlare di me, quantomeno, nel bene o nel male, non passerò inosservata.

“Ei..!!! Tu!”

La ragazza si girò e riconobbe quel Gio’, di qualche minuto prima. Si era fermata adesso, la ragazza. E lo guardava.

Lui era agitato, si capiva. Ma era solo.

“Ciao! Si.. ehm.. capisci la mia lingua?”

“Certo, Gio’”

“Hmm, si! Senti, volevo chiederti se potessi venire a trovarti un giorno di questi.. magari mi dici tu l’ora.. e.. per i soldi, fai tu.. Sei molto bella, pagherei anche bene..”

A quel punto.. solo a quel punto il pensiero che aveva partorito le sfiorò il naso e le entrò in gola. Morì nell’esofago e strangolò la speranza. Per quel giorno, e per quelli seguenti, i suoi sogni morirono nei dischetti di cotone imbevuti di lacrime d’argento; e nel letto gonfio e ricolmo d’odori. Nessuna delle braccia che adesso la ricoprivano potevano proteggerla. L’arma era il pensiero e la parola, la parola aveva fallito. Il pensiero no.

 

Advertisements
Standard